Mese.2

agosto 2021


Veronica Colombo + Vitali Studio
episodio 3

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Giorgio Siciliano + Chiara Colombo
episodio 2

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Maria Chiara Arduini + Francesco Zannini
episodio 3

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PAR TENZA PAR

Veronica Colombo + Vitali Studio

EPISODIO 3

 

 

Il Paradiso come punto di continua partenza, non come meta del viaggio. La poesia come punto di partenza dell’arte, e viceversa.

 

PAR TENZA PAR è una serie nata dal lavoro di riflessione poetica sulla cantica del Paradiso dantesco, iniziata come  ricerca sull’ineffabile e diario di lettura personale. Dall’incontro dell’autrice con due pittori e architetti si sviluppa l’idea di dare un’immagine a parole che tendono al regno dell’inesprimibile e dell’irrappresentabile, quello in cui la fantasia ha più sete di metafore.   

 


 

Il terzo episodio della serie è strettamente legato al secondo: a partire dalle ultime pagine di quaderno, rosse e verdi, Veronica risale alla scena di Purg. XXX in cui appare davanti a Dante, per la prima volta, Beatrice: sovra candido vel cinta d’uliva / donna m’apparve, sotto verde manto / vestita di color di fiamma viva. (31-33). La seconda poesia torna invece al Paradiso, Canto VIII, il canto del Cielo di Venere, dove avviene l’incontro con gli spiriti amanti. 

Le pagine di quaderno di Rocco e Oliviero dialogano tra loro in modo più serrato,  ripetendo e scambiandosi gli stessi colori, legati come in un trittico al rosso e al verde da cui muovono le poesie d’amore di questo episodio.

 


 

 

Purg. XXX

 

 

Tu vestita di fiamma arrivasti

la prima volta apparivi

sempre

dove speranza è colore

di foglia portata dal vento.

 

Portavi un velo di fede

la morte di tutti i tramonti

l’età che chiamano verde

la usavi come mantello.

 

Passasti tra i regni tu

come io tra la carta

bianchi, entrambi

rossi del sangue che mano

da mano l’amore non sfrega.

 

 

 

 

Par. VIII

 

 

Gli occhi tuoi contenti e certi

nella fiamma vedono – loro soli –

la scintilla, l’amore che riposa

nei dettagli.

 

Un raggio ti avvolge

ti cela dagli altri

e voce da voce discerne.

 

Così dal seme dolce nasce

in terra sterile l’amaro.

 

 

 

 

 

Disegni, Vitali Studio 

Poesia, Veronica Colombo 


 

 

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 Dapprima tremendo fu il silenzio

Giorgio Siciliano + Chiara Colombo

 

EPISODIO 2

 

È Shakespeare che si rifugia in casa mentre il mondo precipita nel silenzio e nel buio. È la storia di un ricordo che ritorna e trafigge l’anima. È un dialogo estenuante con la propria solitudine mentre il suono delle sirene sovrasta le parole. È il momento in cui il mondo torna a respirare nella luce e nel rumore delle strade e delle piazze. È infine Ophelia che ritorna.

 

La serie nasce da un’idea di Giorgio Siciliano che si chiede cosa sarebbe successo se Shakespeare si fosse innamorato di uno dei suoi personaggi più celebri, Ophelia. Si chiede se mai si sia sentito in colpa per aver creato una donna così eterna per poi decidere di farla impazzire e di ucciderla.
Dall’incontro con Chiara Colombo nascono le illustrazioni di questa serie. In ogni episodio, attraverso un genere letterario diverso, Dapprima tremendo fu il silenzio racconta di questo dramma e di questa resurrezione.

 


 

Il secondo episodio è un monologo drammatico in prosa, il delirio di Shakespeare, scritto da Giorgio, accompagnato da due illustrazioni di Chiara.

 


 

 

 

 

Che strano pensare a te, andata via soffocando, mentre cammino avanti e indietro nel mio salotto e conto i miei, di respiri.

 

E così sono stato tutta la mattina, di pudiche stelle che si nascondono e di fredda techno music ammazza pensieri, a guardarmi l’addome davanti allo specchio, a mettermi poi di profilo e a farmi passare la mano sul ventre seguendo il corso della mia pancia glabra e del mio pube pudico infiammato di forse cristiano cattolico? Pulsano le mie interiora a ritmo, forte ritmo nord europeo. Quattro quarti precisi che si mischiano deliranti all’immagine del tuo petto immobile e al tuo viso pallido e fradicio di acqua benedetta di montagna.

 

Guardando indietro nel tempo, mentre la carrozza celeste porta in alto nel cielo il sole e le mie tende si sbriciolano davanti alla luce, immagino ancora il  giorno finale venuto a toglierti il calore dalle labbra e l’apocalisse dei tuoi giorni strattonarti inesorabilmente verso quello che viene dopo. Tuo fratello, vicino di casa nella tua ultima dimora, si danna ancora tra le fiamme dell’inferno aspettando invano che il candore della tua carne sia primavera per i campi del ricordo straziante attorno alla tua salma, e che dalla tua tomba crescano delle viole. Ahiahiahi! I diavoli ridono di lui e peggio per lui se ancora si percuote le ossa con vigore, non accettando il tuo eterno riposo. La morte, per mia colpa, mia grandissima colpa, ti ha fatto riposare, la mia colpa ha spezzato il salice, si è chiuso il sipario sulle canzoni che cantavi, si sono chiusi i tuoi folli cantici a Dio, si sono chiusi i tuoi occhi strabordanti di lacrime infiammate, si è chiuso il tuo seno ad un palmo dalle mie labbra, hai chiuso su di me la tua innocenza.

 

Ecco, riposa.

 

Io saltello affamato intorno al fuoco mentre le formiche si arrampicano sul mio balcone e fanno il solletico ai miei piedi e rubano le briciole del mio pane raffermo dei quaranta giorni di digiuno nel deserto delle mie coperte. Ho deciso che mangerò carne a pranzo. E al tavolo non si siederà nessun altro al di fuori di me, delle mie scapole, delle mie spalle e dei miei occhi pieni di film muti strappa anima guardati da embrione indifeso e nudo per sopperire ai crampi della mia colpa, immensurabile colpa. È il sangue della mia carne cotta sulla piastra che mi ricorda di quando ho visto per l’ultima volta tuo fratello e ho visto per l’ultima volta il re di Danimarca e ho visto per l’ultima volta anche Amleto. E di ognuno ho il sapore della  morte tra i denti, di tutti ma non di te. Persino questo vino, che ora bevo forsennato, getta la mia mente tra le braccia delle urla di corte e di veleno fratricida. Vorrei che questa bevanda si mischiasse al mio sangue più in fretta e che potesse ridisegnare nelle mie pupille i lineamenti delle tue mandibole serrate, trasportante dalla corrente. Questa volta non per battermi il pugno sul petto, ma per seguire in silenzio con lo sguardo il tuo corpo allontanarsi dal mio. Mi basterebbe poterlo vivere quel distacco, assaporarlo, ingoiarlo, digerirlo. Non è più la colpa, no! Non è più la mia colpa, la mia eterna, straziante, massima colpa.

 

Sazio, mi sdraio sul pavimento celeste a braccia aperte come un angelo, con il sole che entra dalla finestra e mi scotta le piastrelle e mi scotta i polsi. Ho deciso che passerò il pomeriggio danzando avanti e indietro nella vasca da bagno, provocando tsunami che solo la mia pelle nuda e sporca potrà sentire. Leggo Hemingway, leggo Borges, leggo Virgilio, leggo le lunghe lettere che ti ho scritto e che non ti ho mai spedito. Quelle in cui ti invitavo ad aspettare insieme la fioritura delle magnolie davanti a casa mia e ti pregavo di fare presto, che la primavera sarebbe sparita in fretta e l’estate sarebbe stata un soffio e tu, ed io, saremmo tornati freddi blocchi di marmo immobili, con gli occhi spalancati di terrore sui nostri davanzali. Le parole su quelle lettere mai spedite sudano via dal foglio e nel vapore dell’acqua bollente si alzano anche tutte le parole che ti direi ora. Escono fuori dalla finestra aperta e poi salgono su nel cielo in un dolce valzer insieme a questa brezza d’aprile. Come fossero parole di un’antica preghiera o di un primordiale bisogno d’affetto.

 

Come sarebbe bello se tu fossi nel cielo ad aspettarle, quelle parole, e, sentendole salire insieme al vapore della mia acqua profumata, tu decidessi di scendere a scaraventare via gli stipiti della mia finestra e tirarmi fuori dalla vasca da bagno, come faceva mia madre quando ero nient’altro che un lacrimante neonato sporco. Come sarebbe bello, sì, se poi potessi guardare con me questo pomeriggio sciogliersi davanti alla fuga del sole dietro le montagne, mentre ti indico le cime che conosco e quelle che vorrei conoscere, mentre ti chiedo se sapresti riconoscere il diverso canto di ogni uccello che fa tremare i rami degli alberi, mentre io parlo, parlo a sproposito dicendoti tutto quello che non so e che non ho mai imparato e tu mi dici di stare zitto e di guardare come il pomeriggio si scioglie davanti alla fuga del sole.

 

Ma tu non scendi. Non irrompi nel mio bagno a fare tutte quelle cose dolci che ho sognato mentre le mie ossa tengono a galla il mio corpo. E allora sono io ad essere stanco e infastidito dal bollore dell’acqua; così inizio a grattarmi dappertutto in una follia di crisi d’astinenza e unghie nella carne. Così mi pento di tutte quelle ore sprecate in acqua e guardo le mie dita raggrinzite; mi prende un timore tale della vecchiaia e della morte che devo subito scappare e uscirne. La stanza si allaga e io quasi scivolo guardandomi allo specchio, disprezzando la mia nudità, vergognandomi della banalità del mio corpo, del mio viso, delle mie gambe e dei miei peli.

 

Ti sei accorta che è sera amore mio? Fa buio fuori da casa mia, è giunta ancora l’oscurità in tutto l’universo: raggiungimi presto, vieni appena puoi. Perché così mi sento ancora solo al buio. Raggiungo in fretta il mio letto e tremando di paranoiche paure di persecuzione divina, mi nascondo sotto le coperte. Nelle orecchie sento che ronzano gli orrori di un’intera umanità per violare l’intimità della mia camera da letto, così violentemente da condannarmi, ancora, al senso di colpa della tua pazzia e della tua morte. Nella mia bocca c’è il sapore stagnante della terra dove altri, non io, hanno seppellito il tuo corpo. E tremo di terrore, e mi assalgono le grida dei venti forti fuori dal mio lenzuolo che preannunciano tempesta. Ecco la pioggia che batte forte sul tetto della mia casa. Ecco  come aumentare di potenza delirante la mia colpa e il mio rimorso. Magari queste gocce d’acqua sulla mia finestra fossero parole in codice che tu mi mandi per rasserenami, magari questa overture di natura impazzita fosse una tua affettuosa carezza sulla mia fronte sudata e bollente!

 

Non è più niente invece, se non il delirio della mia punizione.

 

Sudicia è la mia anima, Bruttura della mia carne. I bambini mi gridano che sono vecchio e i vecchi piangono da soli nelle loro case. I ragazzini in cerchio al parco gridano verso la mia casa: STA ARRIVANDO GUDU PESANTE GIUDICATORE DI UOMINI. GUDU! GUDU! Nella prigione dei miei ricordi, GUDU, è il penitenziario senz’anima e il governatore dei miei dolori. GUDU le cui dita sono eserciti di cannibalismo infinitesimale. GUDU, nei cui occhi si estende come una strada eterna la vita degli eretici d’amore. GUDU, la cui bocca è il capolinea di cose dolci e felici. GUDU, gli incubi della mia anima. GUDU, il pazzo fiore appassito. Ciuciacazzi GUDU. Senza amore e senza corpo in GUDU. Danzatrici del vento mi richiamano alla mia povertà di GUDU. Innalzo onirici templi antichi nella speranza che GUDU non mi prenda. Colonne erette, cazzi di granito e vagine infernali incendiate di GUDU sofferenza. Cado da macchine che cadano da burroni di campagna che finiscono su argini abbandonato mentre GUDU grida AMMORTE TU CHE NON SEI ANCORA MORTO!

 

GUDU è qui, annunciano gli psichiatri sovietici. GUDU vuole te, mi seduce l’harem delle mie fantasie oscene. GUDU vuole me, GUDU in cui mi siedo solo.

 

 

 

 

 


 

Disegni, Chiara Colombo 

Testo, Giorgio Siciliano  

 

 

 

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Essere il proprio volto

Maria Chiara Arduini + Francesco Zannini

 

EPISODIO 3

 

 

La serie nasce da una collaborazione tra Maria Chiara Arduini e Francesco Zannini che sono amici da tanto tempo.

 

Tutto è iniziato dal bisogno di raccogliere storie di persone che abbiamo conosciuto insieme, selezionando quelle che colpiscono a primo impatto entrambi. Sono storie sempre legate a persone che lavorano con la terra, che coltivano i campi, che vivono coscienti che esserci è essere a contatto con il mondo. Abbiamo scelto loro perché, fra tutti, sono le più capaci di amare in maniera semplice. Le raccontiamo insieme perché ci sono occhi che non si possono descrivere a parole e ci sono dolori che non si possono fotografare.

 

 


 

Nel terzo episodio essere il proprio volto è saper accettare il tempo.
È la storia di Margherita, che ci fa vagare nella sua casa per raccogliere i pezzi della sua vita.

 


 

 

 

 

 

Qualcosa si sfalda, strappato il laccio del tempo.

È una cosa paziente la vita, ha corde

leggere e tremende di cose perdute.

Schiene appoggiate per restare un istante,

tempo che hai tolto tempo alla fine.

È una cosa pulita la vita, si crede perfetta

mano che ha costruito una casa.

Ma si rompe la rete e non si sapeva

che proprio tu dovevi vederle finire

quelle cose che sembrano stelle.

È meglio buttare e costruire da capo

o tenere la vita rotta com’è, 

non avere più luogo ma dire c’è stato

un posto che sapeva reggere il peso.

Qualcosa si sfalda, con te anche il resto

porta il segno di cosa rimane,

cosa è stato e diventa un silenzio.

 

 

 

 

Hai aspettato un uomo per ogni estate

sperare che tornasse sempre se stesso

per te ch’eri d’oro, per te così timida e bionda,

per te Santa Teresa con occhi più grandi,

dolcezza che nascondi in tutti i cassetti.

Il ricordo rimane a chi aspetta,

un uomo, la morte o un figlio che torna.

 

 

 

 

È ancora importante essere vivi

sapere che torna come un bacio

un mattino che apre i sogni degli angeli.

Rivivere il giorno della creazione 

sa farlo solo chi muore – nostalgia della luce

e di quello che non si può più amare.

C’è un tempo per raccogliere quello che sei,

ogni istante di quello che eri,

perché tutto sia un giorno solo tua immagine.

 

 

 

 

Eri una che guardava sempre lontano

a sinistra il futuro a destra il passato.

A voltarti adesso c’è una ragazza

dice che eri bella come tua madre,

bella come l’origine, il mare nei giorni

che non vuole staccarsi dal cielo.

Ora sei bella di un nuovo tramonto,

sostare nel vuoto dell’essere-per

qualcuno che vuole ancora sapere

perché tutto muta e non muta

la tristezza di fine giornata,

come fermarsi in chiesa in ginocchio

chiedere cosa è mancato a tutta la vita. 

 

 

 

 

Aspettare la morte è impossibile,

adesso il tuo corpo 

fa il conto degli anni al contrario,

diventa un mistero che ingombra le stanze

vuote di figli, di cani e speranze.

 

 


 

Fotografie, Francesco Zannini

Poesia, Maria Chiara Arduini

 

 

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