luglio 2021
luglio 2021
Veronica Colombo + Vitali Studio
EPISODIO 2
Il Paradiso come punto di continua partenza, non come meta del viaggio. La poesia come punto di partenza dell’arte, e viceversa.
PAR TENZA PAR è una serie nata dal lavoro di riflessione poetica sulla cantica del Paradiso dantesco, iniziata come ricerca sull’ineffabile e diario di lettura personale. Dall’incontro dell’autrice con due pittori e architetti si sviluppa l’idea di dare un’immagine a parole che tendono al regno dell’inesprimibile e dell’irrappresentabile, quello in cui la fantasia ha più sete di metafore.
Il secondo episodio inizia con una poesia che riflette sull’opposizione tra poesie d’ombra e luce, quelle dell’episodio 1, e i colori introdotti da Rocco e Oliviero come unico modo per interpretarle senza vincolare il testo a un’immagine. Il colore diventa così nuova prospettiva del fare poetico ed è associato alla distanza tra la percezione visiva di dio e dell’uomo e alla diversa natura della loro luce.
26 aprile
Se non è specchiare parole
— soltanto frammenti
tra buio e bianco —
ma paradiso è anche colore
saprò dire gli opposti
di terra e cielo
le nascite latenti
in altre lingue del mondo.
E sarà
tenerezza e pece
di nero e rosa
sole e viole
lo spettro che non ho mai visto
il volto che non si vede
dentro a vocali già scritte
da un altro.

Par. VII
Non conosce i confini
che l’abisso ha nel fondo
il raggio incolore dall’alto.
Dall’alto un dio ci allontana
e amando asseta la gente.
La luce in terra si imbianca.
Il primo uomo non nacque,
suo figlio ha gli occhi sepolti
e colori estratti a sorte.
Non è ancora adulto il suo amore.
Ma anche nel fuoco
si irraggia il tuo riso.

Disegni, Vitali Studio
Poesia, Veronica Colombo
Giorgio Siciliano + Chiara Colombo
EPISODIO 1
È Shakespeare che si rifugia in casa mentre il mondo precipita nel silenzio e nel buio. È la storia di un ricordo che ritorna e trafigge l’anima. È un dialogo estenuante con la propria solitudine mentre il suono delle sirene sovrasta le parole. È il momento in cui il mondo torna a respirare nella luce e nel rumore delle strade e delle piazze. È infine Ophelia che ritorna.
La serie nasce da un’idea di Giorgio Siciliano che si chiede cosa sarebbe successo se Shakespeare si fosse innamorato di uno dei suoi personaggi più celebri, Ophelia. Si chiede se mai si sia sentito in colpa per aver creato una donna così eterna per poi decidere di farla impazzire e di ucciderla.
Dall’incontro con Chiara Colombo nascono le illustrazioni di questa serie. In ogni episodio, attraverso un genere letterario diverso, Dapprima tremendo fu il silenzio racconta di questo dramma e di questa resurrezione.
Il primo episodio è un prologo in versi di Giorgio, ogni strofa è stata illustrata da Chiara.

Dapprima tremendo fu il silenzio,
e in principio furono i più timorati
che smisero di fare rumore
nascondendo i loro occhi tremanti.
E le strade vennero lasciate sporche,
quando anche le lingue mutilate corsero a rifugiarsi
sotto le montagne instabili dei loro padri
o sopra i ventri tumefatti delle loro madri:
non c’era più una parola d’ordine o un battito di mani
che potesse sollevare le anime caotiche di paura
solo il silenzio
a portarsi via le parole.

Fu il silenzio che arrivò per primo,
spegnendo tutti i canti che fino ad allora erano stati cantati
e tutti i balli che fino ad allora erano stati ballati
proibendo persino le percussioni cardiache.
Neanche i sacerdoti allora
predicavano più Cristo
pur anche l’organo si zittì nella casa del signore
mentre le suore correvano sotto i colonnati:
prima ancora che tremendo fu il silenzio
a bocche serrate
inciampavano nelle loro tuniche
verso il monastero.

Attento alle foglie morte tornavo a casa io,
accompagnato dalle mie quattro ossa infrante
nel reflusso di terrore bocca di stomaco
zittendo anche io le mie tue ultime parole.
Fu il silenzio che mi chiamò,
non tu
la paura che diventassi afona nel mio cuore
non io:
già senza le vibrazioni sonore necessarie a chiamarti
in una processione di bocche mute
in un carnevale mozzato
dove il silenzio infuriava tremendo.

Venne il buio a seguire il silenzio,
e quelli che fuggivano a casa
caddero all’insaputa di chi li aspettava
o di chi aveva (li) promesso un rifugio.
Gli amanti non riuscirono più a guardarsi,
e riscoprirono la vista delle loro mani tremanti
di gelida angoscia
e l’ultima cosa che vidi fu il ricordo che avevo di te:
impressa nei miei occhi serrati di paura,
la sagoma del tuo viso
come dopo aver alzato gli occhi al cielo estivo
ed aver incontrato il sole.

Ci furono poi i mozziconi lasciati accesi,
ad illuminare le strade orfane delle loro stelle lampioni
e anche i bambini poterono tornare alle loro cucce
sulla via di lucciole di catrame.
Non era più il cielo e non erano più i temporali,
non ci fu un lampo ad illuminare i volti pietrificati
o un tuono a far abbaiare i cani,
ero forse io davanti al tribunale dell’oscurità:
senza forma
senza suono
disperso
colpevole.

Cercai a tastoni la porta della mia casa,
dei palazzi attorno sentii solo la (loro) presenza
non c’era più nessuna finestra accesa
a benedire il mio rientro.
Fu il tuo odore,
dimenticato sulle mie lenzuola secoli addietro
a condurmi al sicuro dalle tenebre
e dal silenzio che mi scoppiava nelle orecchie:
sciami di mosche impazzite,
a rimbombarmi in testa
allontanando il tuo sapore
sfocando la tua immagine.

Così rimase il mio corpo,
al riparo
sdraiato
privato della vista e del suono.
Nelle infinite notti che seguirono,
quasi dimenticai la realtà attorno a me
e quasi dimenticai il rumore che faceva
o di che colori era stata fino ad allora:
se un mondo lì fuori ancora rimaneva vivo,
seppur oscuro e tacito,
il mio cuore bussando forte alle porte del mio petto
ne reclamava il segno.

Quale era allora il confine tra il mio corpo,
immobile
sgraziato sotto le coperte
e il vuoto eterno appena giunto tra me e tutte le cose?
Cosa rimaneva di te,
senza sillabe necessarie a pronunciare il tuo nome
senza poter vedere le tue mani tese verso il mio petto
da cui mille anni fa sgorgava la mia fonte di verità:
dissetami ancora
ovunque la tua anima abbia deciso di riposarsi.
È così buio qui,
così tremendamente silenzioso.

— E le mie labbra si seccarono
E nessuno mi rispose,
Solamente il silenzio e un indimenticabile buio. —
Disegni, Chiara Colombo
Testo, Giorgio Siciliano
Maria Chiara Arduini + Francesco Zannini
EPISODIO 2
La serie nasce da una collaborazione tra Maria Chiara Arduini e Francesco Zannini che sono amici da tanto tempo.
Tutto è iniziato dal bisogno di raccogliere storie di persone che abbiamo conosciuto insieme, selezionando quelle che colpiscono a primo impatto entrambi. Sono storie sempre legate a persone che lavorano con la terra, che coltivano i campi, che vivono coscienti che esserci è essere a contatto con il mondo. Abbiamo scelto loro perché, fra tutti, sono le più capaci di amare in maniera semplice. Le raccontiamo insieme perché ci sono occhi che non si possono descrivere a parole e ci sono dolori che non si possono fotografare.
Nel secondo episodio essere il proprio volto è rimanere fedeli a chi si è.
È la storia di Romano, che ci regala i suoi ricordi pezzo per pezzo.

Giungi le mani come le mie
era il tempo della crisi di Cuba
Solzenyzin usciva dai campi gridando
nessuno faceva un segno di croce
era il silenzio, ti regalo la sua voce.
Ti regalo ricordi come fossero cristalli
fuori era il vuoto del tempo
la luce arrivava senza il mattino,
per entrare porta con dolcezza
gli stivali lasciati della mia giovinezza.

A Rimini essere è essere al largo
per noi era pace avere una barca
si andava guardando sempre la riva
c’è un fondo degli occhi di sera
il vuoto vuoto di ogni preghiera
Si prendeva una barca qualunque
come di domenica la comunione
per tornare ancora nel grembo
non avere una forma soltanto
dicono nascere sia nascere al pianto.

Ero io che tenevo in braccio mio padre
ora tengo nel petto un soldato
un tempo avevo spalle più forti
per andare a prendere l’acqua dal mare
sapere di essere prima ancora di stare.

Giungi le mani come le mie
ti regalo una voce che ancora sussurra
sono stato bambino in un tempo lontano
oggi sono e rimango Romano.
Fotografie, Francesco Zannini
Poesia, Maria Chiara Arduini