Nel Decameron di Boccaccio dieci giovani si ritirano in una villa in campagna per sfuggire alla peste e decidono, «per ciò che le cose che sono senza modo non possono lungamente durare», di eleggere ogni giorno a rotazione uno di loro che disponga del tempo di tutti e decida come debba essere trascorso.
Al primo eletto viene un’idea: raccontare una novella a testa su un tema diverso scelto dal re di quella giornata.
Per ogni giorno un re diverso, per ogni tema, per ogni persona una novella.
Questa sezione si ripropone un esperimento simile. Non per svago o per sfuggire dalla peste, ma per affrontare le questioni che ognuno ritiene più urgenti.
Per ogni mese un tema
All’inizio di ogni mese, la redazione di Pandemia lancia un tema su cui avviare un dialogo artistico e pubblica durante il mese opere di autori che si sono ispirati al tema stesso.
Tutto può diventare tema: una citazione, un oggetto, una parola, un quadro, dei versi: non ci sono vincoli. Pandemia accoglie tutte le forme d’arte e allo stesso modo sceglie temi di varia natura, a cui ogni artista può decidere di rispondere con il suo linguaggio.
I contributi ricevuti vengono inseriti in una sezione del sito dedicata al tema di quel mese. La redazione cerca di ordinare le opere in una sequenza pensata per essere letta dall’inizio alla fine, dal primo all’ultimo contenuto, come se si trattasse di un unico libro sul tema.
Con il tempo ci piacerebbe, sfruttando i sondaggi di Instagram, rendervi partecipi attivamente del processo di decisione del tema: se avete suggerimenti non esitate a scriverci.
Per scoprire se volete partecipare a uno dei prossimi temi, visitate tutte le sezioni della categoria ∀ TEMA del sito, dove sono numerati in ordine cronologico in base al mese di pubblicazione.
∀ è il simbolo scientifico del quantificatore universale: “per ogni”. È una lettera, A, capovolta, dall’iniziale di All “tutti”: perché ciò che riguarda noi tutti interessa ognuno di noi.
Sex-thing: neologismo del neologismo “sexting”, composto da sex (‘sesso’) e thing (‘cosa’), che sostituisce all’azione di ‘inviare SMS’ una cosa.Questa cosa è il corpo stesso. Attraverso immagini e parole, il sex-thing vuole ridare carne al corpo, per parlare di quello che c’è dietro allo schermo. O del corpo stesso come schermo di sé, di sesso e cosa, di oggetti inanimati. Una natura morta. Un lemma ancora da definire. Con immagini e parole.
Nient’altro che una pietra e l’ombra che pesa ed è un coperchio, non si alza stando al sole: aggiungici una fossa e hai già creato un mausoleo decorato dalle crepe dove vivono intrecciate serpi, api e millepiedi. Basta metterci la mano per trovarsi ricoperti dagli insetti che dispongono un’araldica di larve, da portare sottopelle.
Entrare nel sepolcro consegnandosi alle mosche mentre dormi e sei un vivaio non è certo un grande sforzo. Ma se fatto ad occhi aperti, come ha fatto San Prescazio, che ha passato giorni interi ricoprendo di saliva le ferite rese varchi per i vermi! Sai, asciugandosi con l’aria avrà lasciato un odore tremendo, ma piuttosto presto fede giusto a pochi pellegrini: passandoci davanti hanno sentito, tra i lamenti, un profumo celestiale.
Filtro per l’aria, nuovo modo di respirare in un tempo, il nostro, che mentre unisce separa: ci rende uguali, coprendoci il volto; ci rende più distanti, dividendo i respiri. Diventa maschera della sensibilità.
Gli occhi sono l’unica cosa che si vede, gli occhi – portano il mondo che è fuori dentro di noi, come rappresentazione.
La bocca viene nascosta, la bocca – porta fuori il mondo dentro di noi, come voce.
Le mani tolgono e mettono la mascherina, le mani – con cui entriamo in contatto diretto con le cose, con cui afferriamo il mondo.
La mascherina è un oggetto, ma anche un simbolo. Si tratta di interpretare un simbolo o restare in silenzio.
Da quale parte del mondo sorgerà mai l’impulso alla verità?
La sfera della poesia non si trova al di fuori del mondo, come una fantastica impossibilità di un cervello poetico: essa vuole essere l’esatto contrario, la non truccata espressione della verità.
Nietzsche
Pandemia nasce così, chiedendosi quanto l’arte abbia a che fare con la ricerca della verità e con l’essenza delle cose. Quanto sia disposta a spingersi ai confini della vita, a costo di ritrovarsi faccia a faccia con il vuoto. Quando l’arte chiama la vita, quando la vita chiama l’arte e quando insieme cercano la verità?
Da quale parte del mondo sorgerà mai l’impulso alla verità?
Siamo stanchi di tante parole stuprate
Veronica Colombo
Un ghigno ci storta la faccia
la vita è tremenda
la morte distratta
e tu non volgi gli occhi tuoi.
Non tornerò
dai campi del bosco
dalla pazza esistenza
di mille barche.
Un pesce cieco
si asciuga la bocca
tu stiri le lenzuola
sporche di carne.
Un coltello tra i seni
magri e le gambe
spaccante in due
su questo letto di plastica.
Siamo stufi della donna
di Dio e dell’arte
e la misericordia
ci fa pietà.
Siamo stanchi di tante
parole stuprate.
La verità
Francesco Zannini
In un bar di Lugano
Beatrice Vandi
Molte volte ho pensato all’aspetto
di cose che dicono semplici e chiare
cercando alla luce di rigidi schermi,
sirene di terre promesse lontane.
Anni tremendi lanciati in attesa sublime
di dire con voce appassita alla fine:
La chair est triste et j’ai lu tous les livres
hélas al pari d’un’acqua che genera arsura.
Ora so, legger quello che basta
a conoscere il mondo non serve,
è vedere chi ami ferire ed amarlo
sconfiggere la morte per sempre.
La verità in quel bar di Lugano
era mite ai poeti, una piccola e rossa
tazzina accanto lo zucchero bianco,
agli occhi d’un uomo che per il dolore
di vita nel cosmo ha parole di figlio.
Nella nudità delle cose che splendono
ho visto poeta esser uomo comune
con passo lieve in terra umile stilla,
rugiada che fa delle foglie, dell’erba
nascosta, preziosa creatura.
La verità è ovunque
Matilde
foto di Giulia Sala
Monologo del non so #2
Beatrice Vandi
Ho dimenticato come ci si inginocchia come
Essere umile devota una terra umida nera io
Ho dimenticato di chiedere perdono ogni ora.
L’ultima vera richiesta d’aiuto io non la ricordo,
Una e a misura di tutte le cose non è la mia vita
Anche ora: o dico io sempre o finisco muta.
Tutto in me eccede oltre il verso non so come
termina e dove comincia il mio dire, se poi
veramente ho qualcosa da dire io penso di sì.
Non so
Maria Chiara Arduini
Non so cosa mi lega a te ogni giorno
Non so se sia solo il nonamore di questi anni
Non si chiama paura la luce che si spegne
anche oggi nei tuoi occhi che non sono mai stati
nient’altro che casa – accolta ogni sera d’estate
Ma non avere tempo per fare silenzio
Non parole a ripetere ancora
esser viva è sempre vissuta violenza.
Verità è questo
Mescolarsi di amore e di niente
Mi sento poeta a poetizzare la vita
Che tutto sia più nel profondo
Questa verità me l’ero immaginata diversa
Con meno oscurità sulle spalle.
Senza nome
Pietro
foto di Giulia Sala
È così che si ritorna all’alba
Maria Chiara Arduini
Come la prima volta che mi hai baciato
Avevi l’indecisione di un bambino
Che scrive ‘io’ e non l’aveva mai fatto
È amore per la vita cercare nel profondo
Non arrivare a dire sì a nessuno
Solo all’attimo prima di una poesia
Un incastro mancato di verità e vuoto
Ogni parola un passo più vicino
Al vero vuoto che vedo
La vanità del mio sguardo, il tuo sguardo
Il mare che non vuole morire.
Sublime – Iperboreo
Riccardo Ricca
Verità fai male
Veronica Colombo
Verità fai male, ti ho amata
anche quando senza amore
scoprivi la schiena di ghiaccio.
Ti ho amata, eri l’inferno
e per amore tuo
rifiutavo ogni altro.
Ti ho scelta, forma
scostante, perché senza corpo
cambiavi la voce.
Perché il tuo è l’unico
dolore che
riconosco.
Eri per terra, una strada gelata,
il mio corpo e la gabbia
della mia testa.
Sei il binario che fisso
ogni mattina e dice
dalla vita non scappi.
Ti ho amata perché non sei qua
tra la carta
perché sei la vita e la morte e nient’altro.
E il tuo vero nome
io non lo conosco.
La verità è una via d’uscita
Ginevra
foto di Giulia Sala
Tornare a scrivere stasera è tornare ad amare
Maria Chiara Arduini
Tornare a scrivere stasera è tornare ad amare
Mi mancava essere malata – invischiata
Nel groviglio del mondo
Stasera tornare è tornare a casa
Avere una porta da aprire
Dire – entra anima mia
Era da un po’ che te n’eri andata
Stasera è avere un letto
Chiedere alla vita la violenza della lotta
Una tregua di carezze
È la fine del giorno e tu sei qui
Ho lasciato andare il flusso
Ho partorito il mio dolore
Dire – grazie anima mia
Stasera addormentati con me in un abbraccio.
La verità va sempre a galla
Bianca
foto di Giulia Sala
Poesia
Riccardo Clemente
Poesia,
spacca ogni criterio
tutti i mari crocifiggi
e culla
dentro un calice di sillabe.
Posare una parola
ancora fumante di sangue
odorante di vita
direttamente fuoriuscita dalle vene
come pietra prima di una cattedrale,
ogni volta
sentire il peso
degli universi concentrati
in un punto.
Esplode nel mio segreto
una primavera di occhi.
Sottomesso al bastone di un fuoco antico
lui mi guida,
la dura pelle della vita trivellata
poi, bere il suo petrolio
Scrivere è vedere
in come imprevedibili,
cucirsi addosso una sete di?
Scrivere ossia
sono Menade, Sibilla,
Isaia e Malachia
Sono offrire doni non miei
perché parlo cose
che non so
ma riconosco:
sanno di assoluto.
Dire è dire
Tutto ciò che siamo, non siamo? Mai.
C’è invece
risplende
qui
ogni angolo del mondo
perché il nostro tutto è
nel particolare più rotto
e il polline sul vetro, una formica sopra un dito
sarà la Tenerezza o la Morte.
L’ineffabile stesso conosce
queste nostre vie incapaci
di soluzione, abita
i nostri sentieri
senza dire il suo nome.
Malato di luce
Nel cuore della notte
il poeta è una ferita.
Dalla piaga gocciola
una verità sporca di cielo,
un demone segreto
la detta,
canta la tua danza
sei tu
Poesia
L’universo
Margherita
foto di Giulia Sala
Colonne d’Ercole
Davide Rondoni
Colonne d’Ercole nei tuoi occhi amore mio
sul delicato battito
del polso, e per aria sospese nello spazio
in cui ti volti e lo abiti e disabiti
e mi perdo – segni
invalicabili del silenzio nel tuo
silenzio, e sulla fuga degli alberi
dal treno, colonne d’Ercole ovunque
per l’uomo che ama, e sempre più
esperto trema, trema, un’aria
bambinesca non gli scema
da addosso, lui le indica quasi
le accarezza nel cielo e
le supererà senza accorgersene
seguendo i tuoi passi fischiettando
sommesso, e mormorando ovunque:
Amore guardami, guardami adesso…
Right – Wrong
Vitali Studio
Ho lottato tutta la vita
Gianfranco Lauretano
Ho lottato tutta la vita contro l’affermazione che la verità è relativa. Mi sembrava contenesse la sua stessa negazione. Confondevo però “relativa” con “relativismo”, supponendo a torto che la prima parola fosse la porta d’ingresso per la seconda. Ma, come al solito, gli “ismi” non funzionano: tutto ciò che termina in ismo, nella storia, si è dimostrato fallace. Invece, semplicemente, dire che la verità è relativa è affermare che non è statica. Non tanto che essa sfuma in molteplici affermazioni (già è troppo dottrinario…), ognuna equipollente e ognuna contrapposta: la verità così sfocia nell’entropia e nella sterilità. Tante monadi immobili non relate, appunto. Invece dire che la verità è relativa equivale a dire che essa è in relazione: agli incontri, al tempo, persino ai luoghi. Non che muta contraddicendosi, ma che si muove e si rimette in gioco (e alla fine opera i suoi effetti) relativamente a. Anzi, direi che proprio questo è un test: la verità esiste non se cambia col cambiare delle condizioni, ma se vale in ogni condizione. In questo senso è relativa.
Il poeta milanese Milo De Angelis una volta ebbe a dirmi (credo l’abbia anche scritto da qualche parte) che la verità è tragica. Essendo la tragedia classicamente il punto di non ritorno, l’attimo in cui una cosa si fissa nell’immutabilità indiscutibile (la morte in questo senso è tragica), la verità è tragica perché assume proprio queste caratteristiche. Dire la verità, scoprire la verità, incontrare la verità sarebbe perciò tragico. Da quel momento è così e basta. Credo che sia un esempio chiaro di un’idea statica della verità. Monolitica. La norma, la sentenza della sibilla che ha sempre, appunto, un alone di tragedia.
Non così la nostra verità-che-è-relativa. Intanto, per incontrarla, devo muovermi, agire. Con la mente e col corpo, direi proprio. Giovanni Pascoli, poeta che sta al confine tra la tragedia classica e lo stupore romantico, chiamava la verità “cose lontane” (v. la poesia Nebbia) e diceva, con geniale colpo d’ala poetico, che quelle cose lontane “vogliono ch’ami e che vada”. Non so come dire meglio di lui l’effetto prodotto dalla verità: amore e movimento, mossa di tutto l’essere. Come mossa è la verità. L’effetto che fa l’incontro con la verità è pascolianamente il contrario della staticità. Quando incontri la verità ti vien voglia di vivere e amare.
Dunque la verità (poetica, filosofica, umana) non sta in una sentenza tragica ma in uno sguardo che ci guarda continuamente e da tutte le condizioni. Mi colpisce il fatto che la parola usata da Dante Alighieri più volte nella Divina Commedia sia “occhi”: non me l’aspettavo, avrei detto, non so, “amore”, “cielo”, “Dio”, parole che invece nella classifica lessicale dell’opera vengono dopo. Una prova ulteriore che la verità non sta mai ferma, esattamente come funziona lo sguardo che scopre sempre (sempre!) che tutto ciò che cerca di fissare non sta fermo. Pensiamo appunto a Dante alla fine della Commedia, quando tenta di fissare dopo tutto quel viaggio la verità, Dio, e scopre solo una gran circolazione, un movimento che non sta fermo neppure nel ricordo. L’esigenza fondamentale della verità, dunque, è la sua continua attualizzazione. In questo stanno la cultura e l’arte, la vicenda del pensiero e della bellezza. Il tempo è il test di ciò che è vero.